
"INFINITUS HORROR HOMINIS":
Celio Bordin trasforma la croce in una denuncia universale della violenza
Esistono opere d'arte che cercano la bellezza, altre che raccontano una storia. E poi ce ne sono alcune che scelgono deliberatamente di mettere lo spettatore a disagio, costringendolo a confrontarsi con le proprie coscienze. È il caso di "INFINITUS HORROR HOMINIS", la nuova installazione realizzata nel 2026 dall'artista italiano Celio Bordin.
Con dimensioni imponenti (230 × 200 cm) e costruita in castagno grezzo, ferro e chiodi forgiati, l'opera si presenta inizialmente come una croce. Ma è lo stesso autore a chiarire immediatamente ogni possibile equivoco: «Questa non è una croce. Non è un simbolo, né un oggetto liturgico. È una struttura di esecuzione.»
L'affermazione diventa la chiave di lettura dell'intera installazione.
Celio Bordin, artista italiano che vive e lavora a Los Angeles, è conosciuto a livello internazionale per il suo originale linguaggio artistico, definito dallo stesso autore "Perception Art", caratterizzato da opere che invitano l'osservatore a scoprire molteplici livelli di lettura attraverso un intenso coinvolgimento emotivo e percettivo. Nel corso di oltre trent'anni di attività ha esposto in Italia, Stati Uniti, Spagna, Giappone e in numerose manifestazioni internazionali, sviluppando una ricerca artistica sempre orientata all'esplorazione della condizione umana.

Con "INFINITUS HORROR HOMINIS", tuttavia, Bordin compie un ulteriore passo, abbandonando il linguaggio del disegno minuzioso che lo ha reso celebre per confrontarsi con una materia essenziale, aspra e volutamente priva di qualsiasi concessione estetica.
Il legno non viene levigato né nobilitato: conserva le proprie irregolarità, le ferite, la ruvidità naturale. Il ferro non assume alcuna funzione decorativa, ma diventa elemento di costrizione e di violenza. Tutto concorre a ricostruire, senza spettacolarizzazione, uno strumento di morte.
Particolarmente significativa è la presenza dei chiodi, distribuiti secondo una precisa gerarchia simbolica. I più grandi evocano l'omicidio; quelli di dimensioni intermedie richiamano il femminicidio; i più piccoli rappresentano l'infanticidio. Insieme costruiscono una vera e propria "scala della sofferenza", nella quale le diverse forme della violenza umana convivono e si sommano, suggerendo come il dolore non appartenga a un'epoca né a una sola categoria di vittime, ma attraversi l'intera storia dell'umanità.
Anche la corona di spine perde il suo tradizionale significato iconografico. Non è fissata al centro della struttura, ma rimane mobile, sospesa ai chiodi, pronta a spostarsi idealmente su ogni possibile vittima. È una scelta concettuale che sottrae il simbolo alla sola dimensione religiosa per restituirlo a una riflessione profondamente universale.
Alla base dell'opera trovano posto una pesante mazza, una grande tenaglia e ulteriori chiodi pronti all'uso. Non sono semplici accessori scenografici, ma completano quello che l'artista definisce implicitamente il "kit della crudeltà umana": strumenti attraverso i quali la violenza viene costruita, esercitata e perpetuata.
Il titolo, "Infinitus Horror Hominis", richiama immediatamente una riflessione filosofica sulla natura dell'essere umano. Non è la sofferenza a essere infinita, bensì la capacità dell'uomo di infliggerla ai propri simili. L'opera non propone risposte né cerca consolazioni. Piuttosto, pone una domanda silenziosa ma inevitabile: quanto siamo diventati spettatori passivi della violenza quotidiana?
Il messaggio finale dell'artista è un invito a non rimanere indifferenti. L'opera chiede allo spettatore di immaginare quella sofferenza su sé stesso, sui propri affetti, sulle persone amate. Solo attraverso questo esercizio di immedesimazione diventa possibile recuperare empatia e responsabilità.
In un'epoca nella quale le immagini della guerra, dei femminicidi, delle violenze domestiche e delle tragedie umane scorrono incessantemente davanti ai nostri occhi fino quasi ad anestetizzare la sensibilità collettiva, "INFINITUS HORROR HOMINIS" si propone come un'opera che interrompe quel flusso, obbligando a fermarsi.
Non cerca il consenso. Non consola. Non offre una narrazione rassicurante.
Ci obbliga semplicemente a guardare.
Ed è forse proprio questa la funzione più autentica dell'arte contemporanea.
[ Immagini previo concessione dell'Artista Celio Bordin © - Los Angeles CA - Tutti i diritti riservati ]



